AUGUSTO DE ANGELIS.
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LO SCOPPIO D'UNA BERTA.
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1929. Tipografia Quartara, TORINO.
Collana: Le grandi firme. Quindicinale di novelle dei massimi scrittori. - anno 8, n. 131.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Paolo Alberti e Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Tutta la notte il mio vicino di camera si  agitato. L'ho sentito persino parlare solo.  molto noioso avere un vicino di camera che non trova pace.  dunque il destino di tutti coloro che vengono in Alsazia di non trovar pace come non  ancra riuscita a trovarla questa regione di confine, bagnata da un largo fiume, che separa e unisce due razze, due colture, due forme invincibili di odio?
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C' poco da divertirsi a Strasburgo e in fondo anche poco da studiare. Oggi, questi alsaziani parlano francese con accento tedesco, come dopo il settanta avevan parlato tedesco con cadenza francese. Credo che la situazione sia sufficientemente illuminata da un tale avvicendamento di accenti e di cadenze, che ogni generazione deve mutare. E posso andarmene. Ho visto la Cattedrale e le cicogne, il monumento a Klber e quello a Gutenberg, ho corso rischio di morire per soffocamento in una brasserie piena di colore locale e di esalazioni organiche, ho persino assistito a una conferenza che il signor Deberly ha tenuto al Palais des Ftes sur les flneries de la Mer latine. Mi sembra d'essermi ormai documentato abbastanza sull'Alsazia. Parto, per Saarbrcken.
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Pel corridoio incontro il mio vicino che esce dalla sua camera:  biondo, giovane e ha quell'aria fatua e pure timida che tutti i francesi biondi e giovani hanno quando ancra la vita non li abbia scozzonati s da renderli meno timidi e pi fatui, come sono tutti i francesi anziani. Porta un vestito nuovo di saia blu a quel modo che lo portano i parrucchieri alla domenica e i commessi viaggiatori tutti i giorni. Ma il concierge lo chiama mon capitain, egli  quindi un ufficiale in borghese e tutto si spiega, anche la sua irrequietezza della notte.
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 Le service c'est compris, monsieur. Mais vous pouvez donner des pourboires, s'il vous plat...
Non mi apprende gran che di nuovo il concierge, porgendomi il conto. Ho pagato e adesso lo chasseur verde e oro chiama un taxi.
 Se il signore permette, possiamo prendere un taxi in due. Vado anch'io alla stazione.
Purch non si agiti in vettura come nella camera...
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Sono arrivato a Saarbrcken assieme al giovane biondo, il quale per tutto il viaggio non ha parlato. Lo trovo discreto.  sceso al mio albergo ed egli stesso ha avuto cura di farsi dare una camera lontana dalla mia. Lo giudico previdente. E poich, salutandomi nella hall, mi ha detto: Non potrei esservi utile in questa citt, dove non conosco nessuno, ammiro il suo tatto, che libera me e lui da ogni obbligo di una conoscenza casuale e necessariamente senza conseguenze.
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E adesso sono solo nella camera. Piove.  domenica. La camera  imbottita di tappeti, di stoffe, di cuscini, di quadri, di bibelots, di mobili panciuti e troppo lucidi. Non  allegro trovarsi qua dentro. Ho l'impressione di esser stato rinchiuso in una cella, dalla quale potr uscire soltanto per andare sulla sedia elettrica. Dal rettangolo della finestra inesorabilmente spalancata  cos senza imposte e coi vetri diafani e le tende trasparenti  vedo il cielo livido, lo stillicidio dell'acqua contro la facciata della casa di fronte e un tetto di lavagna con tanti abbaini bianchi. Tanti abbaini bianchi, che sembrano teschi messi in fila.
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Mi affaccio e la strada, nera di asfalto, riluce sinistramente, come un nero fiume bituminoso. Non un passante. Un silenzio immobile, sul quale le gocce della pioggia battono, come sopra una tettoia di zinco, sonoramente.
Ma non c', dunque, un cane che abbai, un bambino che pianga, un carro che rotoli, una porta che sbatta, in questa citt? Neppure l'ombra del conte di Nassau vi passeggia. Le fiamme che vi appiccarono i sanculotti hanno dunque distrutto la vita di Saarbrcken?
Sento chiaramente che, se non fuggissi da questa camera e da questo silenzio, comincerei a gridare come un pazzo, per confessare mostruosi delitti non mai commessi. Meglio uscire sotto la pioggia.
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I corridoi dell'albergo sono naturalmente deserti. Dal fondo viene il tic tac di un orologio a pendolo. I tappeti spengono anche il rumore dei miei passi. Per le scale il fruscio di una gonna. Una cameriera bionda passa leggera saltellante e s'invola, mormorandomi appena: ...ntag.
In portineria nessuno. Le chiavi delle camere, con la loro pesante palla d'ottone, sono tutte allineate sui numeri, tranne due: due soli ospiti in novanta camere.
Nella Bahnhofstrasse le vetrine dei negozi sono colme, ma non c' un'anima.  un'orgia di delikatessen e di abiti, di carni insaccate, di frutta, di giocattoli, di libri tedeschi e di grammofoni. Anche di gioielli e di pellicce. Al termine della strada, il policeman muove il bastone bianco per dirmi che la via  libera.
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Sbuco in piazza San Giovanni, e mi si para dinanzi la Ionnaskircke pi quacquera del solito sotto la pioggia. Sui gradini della Chiesa, contro la facciata di pietra rossa, vedo due persone sotto un ombrello. Due giovani. Parlano fittamente. Lei  graziosa, bionda, ha un niente di abitino verde serrato alla vita da una cintura di metallo. Lui... lui  un giovane francese di Strasburgo. Non insisto a guardare la coppia; mon capitain merita un tal riguardo. Ma soltanto per questo, mi ha detto di non conoscere nessuno a Saarbrcken?
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Ho passato una cattiva notte e non ho avuto neppure il conforto di sentire qualcuno che si agitava nella camera accanto. Un silenzio tombale. Nel letto troppo morbido non  stato possibile dormire. Ho trascorso la notte a leggere i documenti che la S.D.N. mi ha fornito sulla questione del Distretto internazionalizzato della Saar. Soltanto alla mattina mi sono addormentato e alle 13 dormivo ancora. Alle 15 sono sceso nella sala da pranzo, dove mi hanno servito un beafsteck troppo cotto con delle patate troppo crude.
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Presto, concierge, un'auto che mi porti a Voelkingen, ho da visitare la baronessa Berta von Gimenghen. Sapevo che il nome avrebbe prodotto il suo effetto. La baronessa  padrona delle pi grandi ferriere del Distretto, possiede due miniere di antracite, comanda a pi che ottomila operai. Lei, una donna. I suoi denari si contano a milioni. I suoi operai sono sempre ottomila, come prima della guerra? Non so; vado appunto a visitarla per saperlo. Le cifre! saranno il mio piatto forte le cifre, alla prossima sessione di Ginevra. Far addormentare tutto il Consiglio con la mia relazione. Me ne saranno grati e io avr reso bene per male. Che idea di incaricar proprio me d'una tale inchiesta, mentre Briand e Stresemann fanno colazione a Thoiry! Delegato d'un paese neutro.  sempre coi neutri che levano le castagne dal fuoco quei signori delle Grandi Potenze!
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L'automobile ha lasciato i sobborghi di Saarbrcken, mentre il tardo pomeriggio, per la giornata piovigginosa,  pieno di tenebre.
L'oscurit scende a folate.
Sul cielo livido, contro lo scenario delle montagne che fiancheggiano in lontananza il fiume, rossigne di ferro, dense del verde cupo dei pioppi, la luce muta a scatti rapidi. Sino a Voelkingen  tutta una fantastica corsa di ciminiere, di grue, di ferrovie aeree, di alti forni e di immensi mucchi quadrati di carbone. A ogni gettata, gli alti forni lanciano al cielo vampate abbaglianti.
Ma Voelknigen  silenziosa, immobile, abbandonata. L'automobile blocca i freni dinanzi al larghissimo cancello delle officine. Esce un portiere gallonato, che sembra un policeman.
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 Madame la baronne von Gimenghen?
 Nicht franzosen.
Gli parlo in tedesco. Si rasserena. La baronessa abita nella sua villa in fondo al paese; le ferriere non lavorano, gli alti forni sono spenti. E gli operai? Il custode ha un gesto vago con la mano, come per dire che non  affare che lo riguardi. Chauffeur, andiamo alla villa.
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Questo salotto d'un lusso pesante e barocco  riscaldato a trenta Reaumur. Un calore da serra che toglie il respiro. Mi ci ha introdotto un cameriere col capo raso come un galeotto e con una cicatrice rossa sulla fronte: una cicatrice mostruosa, che sembra un groviglio di fili bianchi in un cerchio di sangue. Sono caduto a sedere sul divano. Mi sento le gambe molli e la fronte imperlata di sudore. Se ha fatto spegnere gli alti forni, ha acceso tutte le sue caldaie, la baronessa! Ed eccola che viene per la porta massiccia, che l'evaso dalla galera spalanca dinanzi a lei.
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 alta e grassa, ridicola e potente; ha dell'Erinni e della Baccante. Mi avveggo subito, per, che i paragoni tragici non reggono con lei e che la baronessa Berta von Gimenghen  soltanto una donna tedesca, che possiede molti milioni e una violenta volont di esistere e di vivere con tutti i suoi cinque sensi.  come inguainata strettamente in un abito di velluto nero, orlato di violetto. I capelli rossigni, macerati dalle tinture, le incorniciano il volto lungo e pieno, linfatico diafano, a cui gli occhi torbidi, lucenti di riflessi verdi da pantano, conferiscono l'allucinazione dell'isterica.
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Attorno al collo ancra saldo, un doppio filo di brillanti e di smeraldi d al suo petto, che sporge livido dall'apertura quadrata del corsetto, un ridicolo aspetto di pietra sepolcrale circondata d'erba e di gigli.
Mi fissa, scrutandomi. Provo la strana impressione d'essere letteralmente spogliato dal suo sguardo e ne ho vergogna per lei. Ma la baronessa sorride, scoprendo una perfetta dentatura di platino, e mi fa cenno di sedere.
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 Siete stato alle officine?
 Il custode mi ha detto...
 So quel che vi ha detto. Le officine sono chiuse. Gli alti forni spenti. Dalle miniere non si estrae pi una sola libbra di carbone. Io ho dato quest'ordine. Che ne dite?
Mi stringo nelle spalle.
Si  seduta accanto a me, sul divano. Sento l'acuto odore della sua carne mescolato a quello denso e oleoso dell'eliotropio.
 Voi non potete dirmi nulla. Sono io che vi dir.  la Societ delle Nazioni, che vi manda? Ebbene, caro signore, io stimo la Societ delle Nazioni assai meno del mio bidet. (Perch mai, proprio del suo bidet?). Non ve ne adombrate. Voi personalmente non ne avete colpa alcuna. Ma, dunque, quel congresso di brave persone pensa seriamente che si possa prendere una regione tedesca e farne un distretto governato da cinque imbecilli di varia provenienza, che lo lasciano in balia dei francesi?
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Pensa seriamente che, anche a guerra finita, i tedeschi possano sopportare i soldati francesi in casa propria e che le nostre officine e le nostre miniere lavorino a produrre sotto il controllo dei francesi e a beneficio della Francia? E poi si meraviglia e protesta, se avvengono incidenti del genere di quelli di Germersheim e di Treviri? Io ho fatto fermare le officine e chiudere le miniere da tre giorni. Venga la Societ delle Nazioni a farmele riaprire!
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 Ma i vostri operai sono tedeschi, madama, ed essi muoiono di fame!
 Ah! i miei operai! I miei operai non muoiono di fame... vivono di fame. Vale a dire di odio. Ed  quello che io voglio!
Mi stringo di nuovo nelle spalle. Che cosa potrei opporre alle ragioni della baronessa Berta von Gimenghen, io delegato alla S. d. N. da un paese neutro? Le origini della guerra? I diritti del vincitore? La volont divina? La giustizia umana? La follia, insomma, di un tale tentativo che, se dar del filo da torcere al successore del mio amico Rault, avr per unico effetto un interessamento diretto delle truppe francesi a Voelkingen e un pi diretto controllo dei francesi sulle officine e sulle miniere della Saar?
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Se anche volessi farlo, non ne avrei il tempo. La baronessa ha deposto una mano sul mio ginocchio e me lo stringe dolcemente.
 Non parliamo pi di questo, caro signore! Oramai, avete saputo quel che vi occorreva sapere. Ne sapete tanto quanto ne sa Stresemann, col suo gozzo e le sue furberie da contadino. Il resto verr dopo e verr da s. Piuttosto ditemi: vi fermerete a Saarbrcken? Almeno sino a domani certo, perch questa sera vi trattengo a pranzo con me.
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A pranzo con lei?! Questo colpo non me lo aspettavo. E mi sorride, Berta von Gimenghen, e mi si fa pi vicina. No! Una tale conoscenza diretta del bacino della Saar, nessuna S. d. N. potrebbe impormela!
 Mi perdoni, gndige Frau, ma questa sera non posso...
 Non pu!... Quali impegni ha, dunque?
 Ecco... nessun impegno, baronessa... ma occorre assolutamente che torni in albergo prima di pranzo... attendo un telegramma a cui debbo rispondere immediatamente.
 E non potete farvelo leggere al telefono? Io adoro farmi leggere i telegrammi al telefono. Le notizie, passando attraverso il filo vibrante, divengono pi facilmente cosa mia, direi che le assimilo, le assorbo coi miei nervi. Quando il barone von Gimenghen mor,  ebbe la gola tagliata dal parabrise della sua automobile, sapete? Il barone... correva a centoventi tra Bonn e Colonia... Sapete che a Bonn  nato Beethoven?  ebbene, a me la notizia fu data per telefono e ne ebbi una strana impressione dolorosa e piacevole... Ho detto: piacevole? Non ci badate! Qualche volta il mio temperamento parla per me, senza che io lo voglia. Ma dunque, perch non telefonate?
  cifrato... dovr essere cifrato, il telegramma che attendo, gndige Frau.
 Ah!  un contrattempo. Vi avrei trattenuto volentieri... e avreste conosciuto mia figlia... Elsa...  mi scruta, di nuovo.  Forse vi piacerebbe conoscere mia figlia!  molto bella.
 Ne sono dolente...
Elsa? Elsa von Gimenghen. Ebbene, mi sarebbe piaciuto conoscerla. Le serate di Saarbrcken poi sono cos tetramente noiose!
 Ebbene, non siatene dolente. C' rimedio. Andate a Saarbrcken e tornate. In auto, questo fa un paio d'ore tra l'andata e il ritorno.
 Con la mia auto d'affitto, baronessa, il conto non torna...
 Vi dar la mia, naturalmente.  quella ancra del defunto barone. Fa i centoventi...
Mi fissa il collo e i suoi occhi mandano bagliori verdi. Ma sorride, subito, come se l'idea che ha avuto l'avesse divertita.
 Non dubitate! Ho uno chauffeur prudente, che solleva sempre il parabrise...
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Sono tornato a Saarbrcken di volata, in una mostruosa Mercedes, nichelata e lucente come un carro d'assalto alla sua prima uscita. Ma perch vi sono tornato? Non aspetto alcun telegramma e non debbo spedirne. D'altra parte era un po' difficile rimangiarsi la menzogna alla quale mi ero aggrappato. Tutto il danno sar questa passeggiata vertiginosa e un leggero raffreddore che mi sono buscato a tenere il collo ravvolto in tutti i fazzoletti che avevo su di me. Quella gola tagliata e quello sguardo verde!...
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In camera mi cambio d'abito: dal momento che ho da conoscere la baronessina Elsa... Scendo nella hall e dico al portiere:
 Questa sera sono a pranzo dalla baronessa v. Gimenghen. Se arrivasse qualche telegramma, potete telefonarmi a Voelkingen.
Evidentemente, l'ho detto per darmi importanza; ma non credevo di ottenere un tale effetto. Il portiere mi fissa con gli occhi spalancati. Mi fa un cenno con la mano e scompare per la porta della direzione. Oh! che diavolo succede? Lo vedo confabulare col direttore e con un altro signore in redingote, che deve essere il proprietario dell'albergo. Tutti e tre vengono adesso verso di me.
 Perdonateci, eccellenza...
 Ma io non sono eccellenza!
 ...voi tornate a Voelkingen questa sera?
 Ma s...
 E l'automobile che vi attende  della baronessa v. Gimenghen?
L'interrogatorio comincia a darmi ai nervi. Non sono eccellenza, ma non ho da render conti, io!  il direttore che parla: mi rivolgo al signore in redingote.
 Non vedo la ragione di queste domande, signore!
 Perdonateci, eccellenza! Ma forse voi non sapete che questa notte le truppe francesi occuperanno le officine e le miniere di Voelkingen. Per questo soltanto ci siamo permessi...
Ah! dunque, questa notte la baronessa Berta avr quel resto che attendeva? Ebbene, mi fa piacere di assistere alle reazioni che il gran simpatico della baronessa sa avere in un caso simile.
 Sono un delegato della Societ delle Nazioni, signori, e quel che fanno le truppe francesi non pu turbarmi. Vi ringrazio!
 Scusateci, eccellenza...
Adesso, dicano pure eccellenza quanto vogliono! Li lascio a schiena curva e mi dirigo alla porta.
 Concierge, mes bagages  bas et plus vite que cela. Je parts Sarreguemines  six heures dix!
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Mi volgo;  il mio giovane francese. Lo saluto. Mi risponde con qualche impaccio. Vedo chiaramente che mi avrebbe evitato volentieri. Comunque, viene verso di me.
 Vi saluto, signore, e vi ringrazio per la vostra amabilit.
Non c' di che. Vedo che ha in mano una busta azzurra chiusa e senza francobollo. Si accorge che la guardo e si affretta a metterla in tasca. Ho visto una lunga calligrafia di donna. Che le nottate di Strasburgo vi siano leggere, mon capitain!
L'automobile blindata mi riporta alla villa v. Gimenghen in meno di un'ora e senza incidenti.
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 Madama la baronessa ha saputo che questa notte le truppe francesi occuperanno le officine?
Nessuna reazione visibile. Neppure un solo bagliore verde. La baronessa , questa sera, assai allegra.
 Avete avuto il tempo di mutarvi d'abito? Conservate anche qui, in territorio di occupazione, le vostre galanti abitudini dei Bergues di Ginevra! Dicevate che questa notte i francesi verranno? Ben vengano! Avranno del lavoro, non dubitate! A non conoscerle, non  facile farle camminare, le nostre macchine! E in quanto ai pozzi... ci fa buio nei pozzi, quando manca la luce!...
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 molto scollato l'abito della baronessa v. Gimenghen e l'odore dell'eliotropio si pu tagliare col coltello, tanto  denso. Purch venga la signorina Elsa! Sar davvero molto bella? Anche frau Berta deve esser stata bella e lo sarebbe ancra, dopo tutto, se non avesse quelle pupille allucinate in fondo alle quali veggo un bistur, un raschiatore da ovaie, e una siringa Pravaz.
S' messa dietro i vetri della finestra, ha sollevato la tendina bianca a ricami d'oro, e guarda nell'oscurit. Debbono essere le venti passate. A un tratto, si volge di scatto.
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 Eccola! Elsa era andata in auto, come tutti i giorni...  una ragazza che ama gli sport...  abbonata alla Neue Sexualethik e alla Ideallebensbund... Ogni anno trascorre un mese al campo nudista di Dessau. Adesso  tornata: ho riconosciuto i fari della sua automobile. Si sar fatto tardi alla villa Bersdorp. Il giovane Bersdorp si allena da tre giorni per un match di boxe. Cos mi ha detto Elsa, che assiste volentieri al lavoro sull'uomo. A voi piace la boxe?
 E a voi, gndige Frau?
 Non  priva di sensazioni per me.
Come il telefono e le gole squarciate dai vetri del parabrise! Comincio davvero a vedere in fondo allo stagno di quegli occhi verdi. Ma questa signorina Elsa, che riceve le riviste della nuova estetica tedesca e pratica il nudismo un mese l'anno, comincia a interessarmi. Adesso, la vedr finalmente.
 Se il pranzo ritarda, prendetevela con Elsa. Del resto voi ritornate a Saarbrcken molto tardi, questa notte. Non vi interessa assistere alla occupazione? Come delegato della S. d. N., lo dovete.
Se pu farle piacere... Ma ho gi constatato che questa presa di forza non turba eccessivamente la baronessa.
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La porta si apre. Non  Elsa. Il cameriere rasato si pianta diritto dinanzi alla baronessa.
 Ebbene?
 Lo chauffeur di fralein chiede di parlare alla signora baronessa.
 E la signorina? Dov' la signorina?
L'evaso dalle colonie ha un gesto di composta ignoranza.
 Fate venire lo chauffeur.
Dietro front, marsc. L'uomo in frac cammina come se portasse l'elmo.
Adesso, le narici della signora Berta v. Gimenghen hanno una evidente palpitazione. Comincio a credere che non sar presentato, questa sera, alla seguace della libera cultura e non nascondo a me stesso un vivo disappunto. Una serata tutta intera con Berta v. Gimenghen non deve essere allegra.
Lo chauffeur, ancra col suo spolverino bianco,  adesso dinanzi a noi. S' inchinato e ha porto una lettera azzurra alla baronessa.
 Chi ve l'ha data?
 La baronessina.
 Elsa? E dov' rimasta Elsa?
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Il turbamento della baronessa deve essere grave, se dice Elsa soltanto, parlando al suo chauffeur.
 A Saarbrcken, credo.
 Credete! credete un corno, voi! Non avete nulla da credere. Andate.
Ancra un dietro front, marsc. Sono tutti automi in questa casa. La baronessa apre la lettera febbrilmente... Ma io ho gi veduto quella busta e quella calligrafia lunga di donna... Perbacco! era la lettera che aveva tra le mani il mio giovane francese.
 Maledetta baldracca!
Ha detto proprio cos, la baronessa Berta v. Gimenghen? Ha detto qualcosa di peggio nella sua lingua. E  caduta di colpo a terra, annaspando nell'aria con le mani: sul tappeto rosso cupo, il suo abito di argento e i suoi capelli di fiamma accendono un'enorme macchia. Il tonfo del corpo sul pavimento deve aver risuonato assai forte, se il cameriere  gi comparso sulla porta, che io ancra non mi sono reso conto di quanto  accaduto.
Mi chino sul corpo crollato. Il largo petto potente respira appena. Il volto  terreo: neppure il bianco di perla riesce a coprire il rossore cianotico di questo volto disfatto. Che fare?
 Presto un dottore! La baronessa muore.
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Il cameriere scompare. Adesso, sento trillare tutti i campanelli della villa. Dove troveranno un dottore a quest'ora? Non mi sbaglio: Berta v. Gimenghen sta morendo. La destra ingioiellata stringe in uno spasimo d'agonia il foglio azzurro della lettera di sua figlia. Leggo alcune righe scoperte: ...se  un francese io lo amo e non v' ragione che non lo segua.... Un altro piccolo brano: ...tu mi avresti strangolata, se io te lo avessi detto.... Invece,  lei che muore.
Sua figlia l'ha uccisa o non pi tosto il suo odio per la Francia?
Ma forse, se le avessero dato la notizia per telefono.
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Vogogna d'Ossola, novembre '29.
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FINE.